O’ Barone di Napoli

Vi è mai capitato di guardare negli occhi di qualcuno e vederci l’oceano?

Molti Napoletani saranno stati inondati, affogati e si saranno ritrovati persi nello sguardo nobile di uno dei simboli di una o forse due generazioni. Piazza Bellini, San Domenico, Gesù Nuovo hanno assistito per anni allo sviscerarsi di una storia, una storia non scritta da grandi imperatori, politici, re o altro. Una storia scritta da un Vagabondo, che con umiltà, rabbia e dolore è riuscito a lasciare un’impronta contraddittoria nel cuore di molti.

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O’ Barone, tra i lastroni del centro storico, era un’autorità, era la rappresentazione vivente della filosofia, della follia e della voglia di libertà che molti di noi reprimono dentro. Il suo animo era ricco di sfaccettature, passavi dall’odiarlo all’amarlo, ma era proprio quel filo sottile, che continuava a tirare nella mente delle persone, la vera metafora della sua vita.

Guardandolo ciondolare tra i luoghi più belli della città con una Peroni, del Tavernello o una sigaretta rendeva un monumento qualcosa di vivo, era come assistere ad arte dinamica, alla vera vita. Le sue rughe lasciavano trasudare il genio nei suoi momenti di lucidità, ma diventavano mistiche e difficili da comprendere quando era ubriaco.

Passava il tempo con i giovani, gli universitari e gli artisti, era diventata l’anima della cultura napoletana, quella voglia di riscatto da una madre malata, godendosi la vita ed esprimendosi a proprio piacimento. Ci sono tante foto e video che lo vedono intento a dipingere, cantare, parlare della vita e ridere. Rideva tanto nonostante avesse sempre l’aria cupa e guardasse a terra l’ombra dei suoi stivali.

La sua leggenda resta ancora ancorata alla città, nonostante si sia scoperta la sua vera identità, si è scoperto avesse figli e dei disturbi psichici. La favola del Barone che lascia i suoi agii per vivere tra il popolo è un ideale troppo forte, un Totò dei giorni nostri a cui Napoli ha bisogno di credere.

Circa due anni fa ci ha lasciati per un problema respiratorio, al suo funerale si sono presentati i suoi studenti e tanti personaggi in giacca e cravatta, che magari con qualche sforzo in più, avrebbero potuto salvarlo dal suo cartone bagnato e umido.

Ci piace ricordarlo con un aneddoto.

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Una volta preso dall’euforia di una birra offerta da ragazzi fuori ad un locale, con la mano rivolta al cielo, esclamò:

“e naufragar m’è dolce in questo mar”

E a voi, è mai capitato di guardare negli occhi di qualcuno e vederci l’oceano?

P.Hooboo